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Complesso monumentale di S. Pietro a Corte

IL COMPLESSO MONUMENTALE DI S. PIETRO A CORTE, SALERNO

san pietro a corte 2

Il Complesso monumentale di S. Pietro a Corte, ubicato nel cuore del centro storico di Salerno, nell’area dell’antica Corte longobarda, è uno dei più importanti esempi di area palazziale di età longobarda (VIII sec.) presente in Europa. Il monumento presenta diversi livelli di lettura che ripercorrono le tappe salienti della storia cittadina; dalla sua nascita, come colonia romana, nel 197 a.C., sino alla costruzione longobarda e ancora oltre, in epoca moderna, con le varie trasformazioni legate al gusto dell’epoca corrente.

Nel 768 il Duca di Benevento, Arechi II, giunse a Salerno con l’intento di fare della città un secondo polo del Ducato, creando così un nuovo avamposto militare e commerciale nell’area campana. All’indomani della sconfitta di Desiderio, re dei Longobardi, a opera di Carlo Magno nel 774 alle Chiuse di Pavia, Arechi II assunse il titolo di Princeps gentis langorbadorum, accogliendo (nobiliter et honorifice) nell’area salernitana i profughi della gens langobarda del nord (reliquias gentis langobardorum). Nel fare questa straordinaria operazione politica il Principe riorganizzò il sistema difensivo e si costruì, all’interno delle mura, un palatium con annessa cappella privata dedicata ai Santi Pietro e Paolo.

Attraverso la cronaca di un anonimo autore del X secolo sappiamo che l’edificio doveva essere maestoso, collegato da scale e loggiati dei quali sono ancora visibili le monumentali colonne e le imponenti pietre angolari inglobate nell’edilizia urbana nella zona che ancora oggi mantiene il toponimo di “antica corte”. In base allo studio delle fonti storiche è stato possibile individuare l’ubicazione della cappella palatina situata a nord del palazzo ed un tempo accessibile solo dal contiguo edificio. Nel 1976 in seguito ad una campagna di consolidamento promossa dalla Soprintendenza archeologica furono riportate alla luce le originali strutture del complesso palatino.

La cappella poggia su una preesistente fondazione di età imperiale, identificata con il frigidarium, delle terme pubbliche costruite in città tra la fine del I e l’inizio del II secolo d.C., in età Flavio-Traianea. La struttura edificata in opus latericium con specchiature in opus mixtum, ha un’ altezza di 13 metri ed una estensione di 9 x 18 metri, ripartita in due ambienti distinti, entrambi coperti ad oriente da una volta a botte e ad occidente da una volta a crociera. Il primo ambiente era la natatio grande alla quale si accedeva tramite tre gradini; l’intera vasca era totalmente rivestita da marmi bianchi ed illuminata da alte finestre. L’ingresso doveva essere ubicato a nord, riprendendo la tipica scansione planimetrica del II secolo con la sequenza delle sale termali in vestibolo, apoditerium- frigidarium, tepidarium, laconicum e calidarium. Sul lato meridionale è ancora visibile l’apice di un arco tompagnato, probabilmente l’accesso alla vasca calda o al bagno di vapore, identificato in un ambiente a pianta centrale, adiacente al frigidarium, attuale chiesa di S. Salvatore de Fundaco. L’approvvigionamento delle acque proveniva dallo sfruttamento di rivi provenienti da nord, quali il fiume Fusandola e altri scoli generatisi dalle pendenze del monte Bonadies, collina che sovrasta la città di Salerno.

In seguito ad avvenimenti di tipo alluvionale le terme furono abbandonate e riutilizzate successivamente da una comunità di cristiani che le adibirono ad ecclesia e coemeterium. Sono state rinvenute numerose epigrafi che testimoniano la frequentazione del sito da parte di esponenti appartenenti ad una comunità greco-bizantina. La testimonianza più antica è una lastra tombale lasciata in posizione primaria che custodisce le spoglie del vir spectabilis Socrates, datata al 497.

Nell‘VIII secolo gli artifices arechiani avviarono la costruzione del palazzo, preservando il piano ipogeo. Furono distrutte le volte di copertura delle antiche terme e il materiale di risulta fu riutilizzato per costruire i pilastri e i setti murari perimetrali, che dovevano sostenere il solaio soprastante. La cappella palatina viene descritta dagli autori dell’epoca totalmente decorata e con all’interno un titulus in marmo con lettere in capitale romana che invocavano la protezione di Cristo su Arechi. Alla cappella si accedeva direttamente dal palazzo, mentre i resti del loggiato di accesso sono visibili nell’androne dell’edificio adiacente. L’interno era riccamente decorato con un pavimento composto da opus sectile in marmo policromo, il solaio doveva presentarsi con una straordinaria gamma cromatica esaltata dalla diversità e dalla ricercatezza delle decorazioni identificate a “modulo quadrato” e “reticolare” composti da listelli di porfido rosso e verde alternati ad altre cromie marmoree, o ancora un rivestimento composto da piastrelle esagonali di palombino con al centro elementi in porfido e paste vitree. La zona dell’abside era ornata a mosaico mentre tutte le pareti erano affrescate. Alcuni lacerti sono ancora oggi visibili sulla parete nord.

Un secondo titulus dettato da Paolo Diacono, noto come carme per le fortificazioni, correva all’esterno lungo tutto il perimetro del palazzo.

Quando nel 1076 i Longobardi cedettero il passo ai Normanni di Roberto il Guiscardo, la cappella palatina mantenne la sua connotazione di edificio religioso. Sono infatti da attribuite alla chiesa quattro colonne lignee conservate presso il Victoria and Albert Museum di Londra. Gli elementi dovevano costituire il pulpito della cappella, come si evince da una Santa Visita datata 1554 dove si menziona la presenza di “uno pergolo di legno antico”.

Dal XIV secolo l’edificio ecclesiastico fu utilizzato dalla Scuola Medica Salernitana per il conferimento dei diplomi in medicina, mentre nel secolo successivo fu elevata a rango di abbazia e donata dal re Ferdinando il Cattolico alla nobile famiglia napoletana dei Mormile, la quale avrà la facoltà di nominare gli abati e incamerarne le rendite. Le ultime trasformazioni subite dalla struttura, alcune delle quali visibili ancora oggi, sono legate all’abate Decio Caracciolo. Questi nel 1576 operò degli interventi che interessarono l’abside, il rifacimento del pavimento della cappella e lo scalone di accesso ad essa nonché la costruzione di un piano intermedio tra il solaio della chiesa ed il piano ipogeo. Asportò inoltre tutti i marmi ed il titulus.

Negli stessi anni il cosiddetto piano ipogeo ebbe vita autonoma. In precedenza, fu adibito a oratorio e decorato con pitture a fresco raffiguranti una teoria di Santi. Il primo dipinto databile al XII secolo raffigura una Madonna in trono con Bambino e S. Caterina alessandrina. Le figure manifestano una chiara cultura bizantina, i personaggi, resi con una ricercatezza ed una ricchezza di particolari, sono realizzati in maniera statica, avvolti in pesanti panneggi che contribuiscono ad accentuarne la bidimensionalità. Il secondo ciclo realizzato sulla parete raffigura una teoria di Santi con una Madonna Eleusa. Anche in questo ciclo ritroviamo tratti molto severi che rimandano al già citato arcaismo. Tra i Santi qui raffigurati è da menzionare il S. Giacomo, rigidamente statico nelle lumeggiature della sua veste, ma arricchito da elementi innovativi quali la doppia perlinatura del nimbo e la scriminatura centrale che spostano la datazione di questo secondo ciclo al secolo successivo. Il sacello doveva comunque presentarsi interamente dipinto, a testimonianza di ciò vi sono dei lacerti di affresco sia sulla parete orientale che su quella occidentale, su quest’ultima vi è la rappresentazione di un Vescovo acefalo e di un cavallo, raffigurante il miracolo di san Nicola.

San Pietro a Corte

Da circa 30 anni il monumento è gestito e tutelato dall’associazione di volontariato Gruppo archeologico salernitano, che ne assicura l’apertura nei fine settimana e durante particolari eventi.

Testi a cura di Corinna Fumo

 

Per informazioni e visite guidate:

Gruppo Archeologico Salernitano

http://www.gruppoarcheologicosalernitano.org/chi_siamo.html