Il presepe di Carotenuto

Così nacque il Presepe…

Il 21 dicembre del 1982 era una sera più rigida del solito. Nei vicoli, tinti di luna, fogli di giornali e buste di plastica fluttuavano e danzavano nei riverberi fiochi dei lampioni, rincorrendo l’inquieto sussurro del vento passato, in un labirinto di viuzze solitarie. Su, in aria, fra gli edifici dai volti antichi che fiancheggiavano la vecchia strada, in una striscia d’azzurro, faceva capolino fra cenci di nubi la luna. Nelle case i lumi rischiaravano scene di dolore e di gioia. Uno scalpiccio di passi spaventa un gatto che scivola nelle strisce oblique della luce, risentito. La piazza, come dentro un sogno, con gli antichi portali corrosi, gli stemmi gentilizi scoloriti, le mura sbrecciate e i pochi negozi sopravvissuti con le saracinesche abbassate, aveva assunto lo scintillio e la trasparenza del cielo.

Rinchiuso all’interno della san Lazzaro, mi affannavo a comporre l’ultimo pannello di fotografie che dovevano documentare il lavoro del Maestro Carotenuto e dei suoi collaboratori: il presepe dipinto del centro storico.

Come d’abitudine, mi ero ridotto all’ultimo momento. Non mi accorgevo che i minuti passavano velocissimi. Nel silenzio profondo percepii qualcosa di là della porta. Attraverso il legno, Peppe mi sollecitava l’apertura. Sobbalzai e, con un’ansia che somigliava all’angoscia, appesi il pannello al muro ammuffito e aprii. Dinanzi all’uscio vidi la figura ascetica di monsignor Pollio. Fermo nell’arco della porta, mi guardò negli occhi, a lungo, con aria di rimprovero; poi, alzò le mani in segno di amichevole saluto e s’avviò verso il fondo della sala. Qui, inserite nelle due absidi, nella mistica penombra dell’aula trecentesca, palpitavano le scene della Natività e quella dei Pastori dormienti, sullo sfondo di un rustico casolare: intorno il gregge e i cani, su di loro il volo festoso dell’angelo annunziante.

Ventitre anni sono ormai trascorsi da quella indimenticabile serata. Una catena di ricordi, così a lungo abbandonati fuori dalla memoria, mi riaffiorano nella mente, vividi, persistenti, fedeli, con i loro odori e sapori. Nel fascio di luce di un faro che illumina lo stretto indispensabile, lasciando i bordi della sala immersi nel buio, rivedo il Maestro mentre indossa il suo camice da lavoro blu, si accende una sigaretta, soffia intorno a sé nuvole di fumo, trae dalla cartella il disegno del bozzetto e lo appunta sul cavalletto, dispone i colori sulla tavolozza, intinge il pennello nel barattolo con l’acqua, muove le bianche mani che, veloci, galleggiano nell’aria, come dotate di vita propria, e incominciano a riempire di colore la sagoma. Poi, scende dallo sgabello, si sgranchisce le gambe e cammina a passi piccoli e svelti per la sala a controllare che tutto proceda per il meglio.

Di fronte a lui, poco distante, Gogò, appoggiato ad un manico di scopa, con un cappottone militare sulle spalle, immobile come una statua, fa da modello ad un improbabile san Giuseppe. In un altro angolo della sala, Carletto, Valerio e Michele, dimentichi della fatica di una lunga giornata lavorativa, ritagliano con fervore appassionato le sagome disegnate dal Maestro. In un equilibrio precario su di una scala, Amedeo ritocca la chioma di un albero. Un ronzio di vento annuncia un passante, dal viso livido e dalle mani guantate, che dalla striscia grigia dell’interstizio dà una sbirciatina all’interno. Instancabile, Adriana rinfranca i presenti con pasticcini e caffè bollente. Franco rimesta la carbonella nel braciere e la fiamma, incerta e traballante, singhiozza sbuffi di fumo nell’aria. L’angelo dai riccioli che senza fine s’intrecciano se ne sta in un cono di solitudine inviolata. Risate e voci d’allegria irrompono nella sala: in una nuvola di felicità, i figli di Concetta giocano ad acchiapparsi, colmi del tenue chiarore della fanciullezza più dolce e tenera, per nulla timorosi degli sguardi severi del Maestro. La gioia gonfiava il petto di Anna nel vedere trasformata la sua bambina in angelo. La voce di don Giovanni si sgrana in una risata fragorosa e contagiosa, mentre fa scivolare la mano sulla massa morbida di cappelli scuri di Rossella. Seduta su una piccola panca, con le spalle appoggiata al muro umido e le ginocchia piegate sotto il mento, Chiara osserva Peppe e Salvatore che, a fatica, innalzano lo scheletro della grotta, che sembra la scenografia di un teatro in attesa degli attori.

Così, in sordina, fra entusiasmi e paure, gioie e speranze, con gran fervore prendeva vita il corpo centrale del presepe, in tutto una quarantina di sagome, tra elementi scenografici, oggetti, animali e figure umane.

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L’idea di costruire un presepe dipinto era venuto a Peppe Natella, che voleva utilizzare il lungo stanzone ignudo della San Lazzaro. Allora ne aveva parlato al pittore Mario Carotenuto, il quale, nell’estate dell’82, dopo un lungo e discreto corteggiamento, preparò il bozzetto, che ricevette l’entusiastica approvazione di don Giovanni Toriello, all’epoca parroco della Cattedrale, e di monsignor Gaetano Pollio. I due prelati seppero cogliere, nella felice intuizione dell’artista, la possibilità di realizzare una iniziativa valida dal punto di vista artistico e religioso, che avrebbe segnato la piccola storia di questa nostra città.

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Nel pensare il presepe, Carotenuto si era ispirato alle cartoline vittoriane, alle sagome dipinte delle edicole campagnole dell’Agro nocerino, alla sacralità e alla tipologia del luogo e alla semplicità e alla spiritualità dei due sacerdoti. Ha immaginato l’evento in una notte di paese, poco illuminata, come lo sono ancora tanti paesi della provincia, intorno ha pensato case e vicoli al di sopra dei quali si vede il cielo di dicembre. E’ una scena comune e priva di retorica. I gesti dei personaggi sono pacati; ciascuna figura porta dentro di sé il pensiero di un evento irripetibile, normale in apparenza, ma carico di significato e di spiritualità. Una piccola folla si accalca alla grotta recando poveri doni. I pastori dormono prima dell’annuncio dell’angelo; il paese è lontano sulla linea della montagna, assorta e nera, sul fondo celeste e luminoso del cielo.

Il risultato? Una sacra rappresentazione. Nello spirito francescano, il pittore aveva voluto che, come modelli per i suoi pastori, posasse la gente umile del quartiere, donne e bambini che frequentavano la vicina parrocchia di san Matteo. La ragione era quella di rendere “interessanti” gli avvenimenti di tutti i giorni e di comunicare con più forza le passioni essenziali del cuore. Inizialmente, le scelte erano casuali. Un volto, uno sguardo, un sorriso, un oggetto attiravano il Maestro. Ed ecco che, come per magia, un velo prezioso trasformava una ragazzina banale nella Madonna; un tricorno faceva del serioso Pierino Falivena un credibile Razzullo. Gioco, già tutto per Carotenuto era fantasia e gioco. Non esistevano parti o ruoli, ancora una volta a dettar legge era la casualità. Così, Salvatore Acconciagioco, l’anima della bottega, assunse le sembianze di un acquaiolo, il giovane Osvaldo Turi quelle di un vecchio, Dante Cianciaruso quelle di uno dei magi ed Enzino De Angelis quelle di un occasionale viandante. Un viavai incessante nel laboratorio improvvisato della San Lazzaro. Famiglie intere, come i Pisapia e i Pagano, a mettersi in posa. Ad aspettare pazientemente il proprio turno, spettegolando sugli avvenimenti più piccanti del quartiere. Fra tutti si aggirava il buon Peppino, pronto ad assecondare qualsiasi desiderio del Maestro, a trovargli quel mantello, quel copricapo, quell’arredo che l’estro dell’artista e le circostanze richiedevano. Un vero e proprio prestigiatore Natella: in un battibaleno materializzava dal nulla le cose giuste.

Soltanto in un secondo momento, sarebbero stati cercati dei personaggi che avessero una profonda spiritualità o esprimessero lo stile della comunità salernitana.

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Nel corso degli anni, il presepe si è arricchito di nuove scene e di una folla di personaggi assortiti, diventando una sorta di Pantheon salernitano. Ed ecco, al riparo di una colonna, il poeta Alfonso Gatto in un atteggiamento naturale a lui consueto, con bavero alzato, giornale sottobraccio, sigaretta tra le dita; ecco frà Generoso Muro, il popolarissimo monaco francescano, che fino agli anni Sessanta percorreva le strade cittadine chiedendo, con il suo invitante sorriso e l’immancabile cassettina fra le mani, l’obolo per i suoi poveri; ecco suor Letizia, la suorina che, malgrado gli acciacchi dell’età, ogni mattina chiede la questua al corso Vittorio Emanuele, all’angolo tra via Velia e l’ex Standa, senza lasciarsi intimorire né dal caldo, né dal freddo. Ripenso a quando accompagnai il Maestro al convento di Pastorano. Carotenuto la voleva nel presepe, quale modello di vita, di preghiera, di lavoro costante e di generosità, ma anche perché gli ricordava madre Teresa di Calcutta. Pur avendo ottenuto l’autorizzazione, la fragile e umile figurinetta, resa ancora più minuta dal severo abito nero, si schermiva, non voleva assolutamente posare, perché le sembrava di cedere alla vanagloria terrena. A controllare il via vai dei visitatori, nei giorni dell’apertura del presepe, provvede sulla soglia un impettito carabiniere in alta uniforme. Ricordo che un graduato accompagnò questo aitante giovanotto, il quale, per tutto il tempo della posa, aveva l’espressione di chi sta pensando: “mi adeguo, ma non capisco”.

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Fra le sagome disposte a semicerchio intorno ad un improvvisato braciere è riconoscibile l’antiquario Agostino Rizzo. Poeta e commediografo, coi suoi baffi fin de siècle e la composta signorilità, Agostino sembra un personaggio d’altri tempi. Spesso, dopo la chiusura del negozio, si faceva vivo, regalandoci indimenticabili momenti di teatro di vita. Era un amico che ci veniva a trovare, finì anche lui nel presepe.

Una sera Alfredo accompagnò al presepe uno studente di colore, ospite dell’Istituto Agrario per uno stage. Dagli occhi e dai lineamenti del volto traspariva tutta la ricchezza e la nobiltà di un animo puro come l’acqua di sorgente che sgorga dalle profondità. Era lui Gaspare. Detto fatto, fu messo in posa. Intanto, ci parlava dell’animismo, la sua concezione religiosa secondo la quale tutte le cose sono governate da uno spirito o anima.

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Il presepe ebbe la sua consacrazione nel 1983, quando venne la troupe della Rai di Bella Italia. Il regista Aldo Falivena diede voce alle sagome ed allora ognuna raccontò la sua storia. Poi, in processione, s’incamminarono per la scalea del Duomo e sul loggiato dell’atrio si sbizzarrirono in un fantasmagorico carosello. Non sarebbe stata quella l’unica volta. Nel ’92, in occasione della Rassegna internazionale di arte presepiale, la grotta venne esposta all’arena di Verona; nel Natale del xx nella nostra Villa Comunale ed in quello successivo nel cortile di Palazzo di Città.

Nel dicembre dell’’87, gli artefici del presepe, don Giovanni, Carotenuto e Natella, ricevuti da Giovanni Paolo II, gli donarono una riproduzione in scala ridotta della grotta.

Nel novembre dell’’84 venne a posare l’ex sindaco Alfonso Menna, che, per oltre un ventennio, ha retto le sorti della nostra città. Menna era già anziano, ma volle un ritratto dal vivo. L’unica condizione: avrebbe fatto da modello solo nelle prime ore del mattino e senza la presenza di estranei. Per noi giovani fu una rivelazione, una finestra aperta sulla storia di Salerno.

L’unico personaggio che non appartiene all’universo salernitano è Concetta Barra. Era molto amica dello scenografo Franco Silvestri, fra i più assidui collaboratori del Maestro nell’impresa presepe. Insomma, la si poteva considerare una salernitana d’adozione. Concetta si presentò vestita di tutto punto, da gran signora. Carotenuto era perplesso. Prese da un baule uno scialle rosso e glielo pose sulle spalle. Era nata la “Zingara” del presepe.

Le sagome costituiscono un universo genuino e innocente, espressione delle nostre tradizioni e della nostra cultura. Sono il canto corale di una società di esseri umani, veri e concreti, che insieme partecipano al mistero della Natività, tutti comprimari e protagonisti ad un tempo. A differenza dei più celebrati presepi della tradizione settecentesca napoletana, espressione di una ricercata teatralità e una ridondante ricchezza, in quello di Carotenuto ogni singola scena è animata da un’aria dimessa e povera e da una pregnante religiosità, come, ad esempio, nei due interni, posti lungo la parete a sinistra dell’ingresso, che potremo indicare come “Il Pranzo di Natale” e “L’Annuncio”. Nella prima scena, il pittore, giocando su un esasperato realismo, è riuscito a ricostruire una situazione ambientale di grande suggestione, simulando con stupefacente credibilità gli oggetti, le figure, le attitudini di una tipica casa del Sud nel giorno di Natale. La famiglia (i nonni, i genitori, due bambini e una donna) è intorno al tavolo sul quale si notano i resti del pranzo natalizio; mentre la bambina è intenta a leggere la letterina, la donna torna dalla cucina portando un vassoio di zeppole. Colpisce nella scena la dovizia di particolari, modesti quanto si vuole, ma caratteristici della nostre case, fino a qualche decennio fa: il braciere di rame, la cristalliera con le bottiglie, i bicchieri, i piatti, le suppellettili buone e un po’ kitsch, la credenza con la campana e il lume antico, le sedie impagliate, le mattonelle bianche e nere della cucina, il focolare, il rame alle pareti, la scopa di saggina.

La stessa rapita atmosfera si respira nella scena dell’“Annuncio”, che rappresenta una modestissima casa, dove una coppia anziana è seduta a consumare devotamente un pasto frugale. L’arredo è misero: una moka, un fiasco, un orcio, un braciere, un lume a petrolio; un melone bianco e un fascetto di peperoncini sono appesi ad un chiodo. Un angelo dalle ampie ali si affaccia alla soglia ad annunciare il divino evento.

Un’altra sostanziale novità del presepe dipinto è l’inserimento dello spettatore fra i protagonisti stessi della rappresentazione che si muove tra le sagome come un attore itinerante, compartecipe del medesimo spazio, sulla stessa dimensione fisica delle figure al naturale. Il realismo del racconto spinge l’immaginazione e l’intelligenza dei visitatori a penetrare i volti, gli oggetti, gli ambienti definiti minuziosamente in ogni particolare. E’ diventato un classico l’episodio del cane che alla vista della sagoma di un suo simile, si è messo ad abbaiare furiosamente. Non pochi visitatori, poi, si tolgono il copricapo in segno di rispetto dinanzi alla grotta o sobbalzano, trovandosi inaspettatamente di fronte le figure di don Giovanni e di monsignor Pollio o rimangono stupiti dal realismo delle sagome, che con il loro sguardo, dalla penombra della sala, ti cercano, ti attirano, ti trapassano.

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Oggi il presepe, la cui realizzazione ha richiesto 14 anni di lavoro da parte dell’équipe del Laboratorio della san Lazzaro, conta 87 figure, esclusi gli animali, gli alberi e gli oggetti, tutte dipinte su multistrato da 13 mm, con colori acrilici e occupa l’intera sala.

Dal buio alla luce. Fuori, sul sagrato del palazzo arcivescovile, un coro di angeli dalle vesti bianche invita alla visita il sacro ambiente.

Dal campanile della cattedrale romanica il lamento grave e improvviso del bronzo schiaffeggiato dal battacchio di ferro si gonfia in onde concentriche sempre più melodiose e i rintocchi festosi si ripetono su tutti i toni e a tutte le distanze di chiesa in chiesa: è ancora Natale e una folla, composta e silenziosa, varca la soglia della san Lazzaro, respira l’aria impregnata di un odore antico, il passato che appartiene a queste mura, l’alito di una Storia che scorre da secoli come una corrente tiepida. Si rinnova il Mistero.

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